‘A Jetteca

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RI.TE.NA TEATRO

con Maria Claudia Pesapane, Gennaro Rivetti, Miriam Della Corte e Luca Lombardi

testo e regia Fabio Di Gesto

Quando è vero teatro, capita che la parola e la lingua che la parla in scena custodisca con cura il suo senso profondo, un significato che prescinde la stessa narrazione o la vicenda che rappresenta, e che tale senso profondo, di poetica e quindi anche metafisico in quanto capace di andare oltre quella stessa narrazione, debba essere quasi derubato da un pubblico che è indotto nella sua percezione a farsi complice del drammaturgo.
“Yerma ‘a jetteca”, questa nuova drammaturgia di Fabio Di Gesto, giovane e già maturo frutto della migliore tradizione napoletana, è molto di più di una semplice rivisitazione o riscrittura della tragedia di Federico Garcìa Lorca, essendone nel profondo una vera e propria esegesi, capace di carpirne e articolarne in scena il significare più intimo.
Qui la ‘terra arida’ lorchiana si fa umana e tisica debolezza (questo il significato di ‘jetteca’), e diventa una litania sociale quasi apotropaica (“jetteche e pazze, vènono ‘e razza” recita uno dei proverbi napoletani che sono tra gli strumenti della scrittura rigenerante di Di Gesto) che espelle Yerma dalla Società facendone una sorta di ‘capro espiatorio’ di un male sottile, di una sterilità che non è tanto fisica ma soprattutto affettiva e che va dunque espiata pena la fine dei tempi e l’esaurimento delle identità.
Yerma assume dunque su di sé la colpa (ed è bellissima la scena in cui è portata, Santa o Madonna vergine, in cadenzata processione), assume su di sé il peccato senza mai peccare, restando fedele all’uomo con cui mai potrà generare quel figlio che forse è costretta a desiderare, per non perdere il ruolo che ha inesorabilmente ereditato, ma che più profondamente e ancestralmente effettivamente desidera, una spinta che è come l’involontario, indeflettibile e indefinibile stimolo della fame o della sete.